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Cala di Forno

È Cala di Forno la spiaggia più suggestiva della Maremma
– di Sandra Valle

Dalle colline grossetane al mare. Un paesaggio profumato di corbezzoli, mirto, lentisco, rosmarino e tamerici. Una distesa di sabbia bianca. La torre della bella Marsilia prigioniera dei pirati. Una villa d’epoca romana e le vestigia medioevali. Lo sbarco degli etruschi, marinai e commercianti. L’anfora di Baratti.

E’ come vivere un sogno. Scendi dalle colline grossetane, attraversi una macchia di corbezzoli, mirto, lentisco, rosmarino e tamerici, l’insieme del profumo ti inebria, superi grossi tronchi di querce maestose che incroci lungo la strada ed arrivi a Cala di Forno, forse la più suggestiva spiaggia della Maremma che si offre ai venti di maestrale, racchiusa fra due promontori dei monti dell’Uccellina.

Veduta del Parco della Maremma “La spiaggia di Cala di Forno”

Il mare lambisce la sabbia bianca. Tutto intorno c’è silenzio come se il mondo fosse rimasto “passi indietro” e i problemi, gli scuri pensieri del quotidiano, rimasti impigliati ai rami delle roselline selvatiche che hai incontrato lungo la strada.
La cavalla storna (dal manto grigio e nero punteggiato di bianco come la livrea dello storno),.nata fra i pini e sulla salsa spiaggia; che nelle froge ha del mar gli spruzzi ancora e gli urli negli orecchi aguzzi (Pascoli) trotta leggera scansando, con la grazia di un ballerino, le pietre più grosse che trova fra i suoi zoccoli affrettando il cammino per arrivare il prima possibile sulla costa.
In alto si scorge la torre della bella Marsilia e la sua storia riaffiora alla memoria. Queste torri furono erette verso la metà del Cinquecento per potenziare il sistema difensivo della Repubblica Senese che in quel periodo dominava il litorale maremmano contro l’arrivo di pirati saraceni. Ce ne sono diverse su questo lato di costa. La distanza fra ognuna era misurata a vista d’occhio.

Se venivano accesi fuochi sulla loro parte più alta, fra i merli, voleva dire che il pericolo era vicino e le popolazioni si rifugiavano nell’interno più profondo della Maremma in attesa del cessare delle scorribande. Un giorno la bella Marsilia, giovane senese di nobile lignaggio, che spesso si recava sulla torre per ammirare dall’alto il magnifico panorama, fu colta di sorpresa da questi pirati e venne fatta prigioniera. Il mare la portò lontana dai suoi cari in una terra sconosciuta e, come “merce preziosa”, fu donata dall’ammiraglio Ariodemo Barbarossa al Gran Sultano di Turchia Solimano del quale divenne schiava.
La sua bellezza, l’intelligenza e l’esuberanza la salvarono da una triste fine. Il Sultano prima la nominò favorita del Serraglio e poi Regina del popolo ottomano con il nome di “Kurrem Sultana”. In seguito fu detta “Rossellana la Turca”.

La storia di quest’angolo di terra maremmana non è ricordata solo per le vestigia medioevali. Presso Talamone si possono incontrare i resti di una villa d’epoca romana, mentre nelle grotte formatesi ai piedi della scarpata calcarea sono state scoperte testimonianze preistoriche risalenti al paleolitico.
Di fronte al mare di Cala di Forno, con le onde che si infrangono sulla sabbia bianca, all’ombra dei grandi pini marittimi che, accorte sentinelle, proteggono il territorio dall’azione dannosa dei venti salati, ripensi alla storia della bella Marsilia immersa fra fantasia e realtà e ti sembra che riviva davanti ai tuoi occhi.

La natura è stata generosa con questo angolo di Maremma. La macchia è rigogliosa. Il verde dalle varie sfumature si mescola al rosso delle bacche di corbezzolo maturate al sole d’autunno. Puoi intravedere gruppetti di cinghiali che giocano incuranti fra i rovi, una mandria di bovini dalle grandi corna che pascola tranquilla allo stato brado o un picchio inquieto che tormenta il tronco di un grande olmo.
Anche le tonalità dell’azzurro del mare sono impensabili. Non è necessario andare alle Maldive quando, a pochi chilometri da Grosseto, puoi trovarti immerso in una natura così fantastica dove la mano dell’uomo, per nostra fortuna, è ancora assente e non ha fatto danni. Anche gli alberghi sono stati costruiti in lontananza per non contaminare questi luoghi.

E’ piacevole rimanere sulla riva in attesa del tramonto. Le persone, nel rincorrere spesso gli eventi della vita, dimenticano che questa ha i suoi tempi, i suoi ritmi. Basta saperla affrontare nel modo giusto e ci regala momenti straordinari che non hanno prezzo.
Lo sciabordare dell’acqua contro la riva è come una serenata alla luna che comincia lentamente a delinearsi all’orizzonte mentre il sole scende tranquillamente nel mare. Poi, come per magia, un manto di stelle luminose compare nel cielo per specchiarsi nei flutti scuri. Così narra una vecchia favola che una “tata”, ormai lontana, raccontava ai bimbi per farli addormentare. La Maremma è una terra magica dove gli etruschi, arrivati per mare dall’Asia Minore, secondo quanto narra Erodoto, fondarono nel dodicesimo secolo a.C. la prima città chiamata Tirreni dal nome del loro condottiero Tirreno. Ancora oggi chiamiamo Tirreno il mare che navigarono con tanta abilità.

Gli etruschi spaziarono, con le loro flotte, nel Mediterraneo sviluppando i loro traffici con tutti i paesi che si affacciavano su questo mare. Oltre che marinai e commercianti furono eccellenti artigiani. La famosa lupa, uno dei simboli più conosciuti dell’antica Roma, è un bronzo etrusco. Come orefici non avevano rivali. Con perizia colavano l’oro fuso in appositi stampi per ottenere lamine secondo la forma voluta che venivano poi decorate con varie tecniche, come lo “sbalzo” o la “granulazione”. Quando l’impero raggiunse il massimo splendore, le donne etrusche divennero famose per l’eleganza dei loro abiti di lino finissimo e per i gioielli di pregevole fattura.

Fu un popolo che trovò nel mare la sua maggiore risorsa. Proprio attraverso il mare riuscì a incrementare la sua economia e furono i flutti marini che, nel 1968 nel golfo di Baratti (frazione di Piombino), ci restituirono un oggetto pregevolissimo dell’oreficeria orientale che una nave etrusca stava portando in patria da Antiochia e che purtroppo si perse nel naufragio: un’anfora d’argento con 134 applicazioni ovali con figure legate al culto di Cibele, culto diffuso soprattutto in Siria. Il prezioso reperto chiamato “anfora di Baratti” è conservato nel Museo archeologico di Populonia a Piombino e desta sempre un notevole interesse.
Con la mente ancora “girovaga” fra i lontani ricordi della costa maremmana e con gli occhi “ubriachi” d’ immagini di storia abbandoniamo Cala di Forno lasciando che il cavallo ritrovi tranquillamente la via di casa.

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